• Martina Patella

Non sono come tu mi vuoi

Contemplata dai cantanti più sdolcinati, nelle poesie di Pablo Neruda, nei libri di Zafòn e nei film di tutti i tempi, la bellezza femminile è sottoposta ad un continuo aggiornamento della sua definizione.

In ogni epoca storica è rimasta impressa una specifica silhouette femminile che la contraddistingue da quella precedente e successiva. Gli anni ‘50, per esempio, sono sinonimo di uno scenario patinato in cui regnano le femmes fatale e i loro vitini di vespa succinti da abiti lunghi fino al ginocchio.

Meno definita risulta l’immagine dell’uomo, bene o male rimasta invariata e fedele a poche ed elastiche regole estetiche.

Oggi la retta via ci è suggerita gentilmente dalle fashion blogger, veneratissime sovrane del ventunesimo secolo, vere e proprie vetrine full time di tendenze e rivelatrici di preziosi consigli di stile. Figure che a suon di post e direct hanno abbacchiato i vecchi media e riviste su cui si basavano le nostre care ave, anch’esse coscienziose spettatrici delle ultime tendenze.

Col passare degli anni è cambiato il modo di rivolgersi ai lettori/spettatori. Se oggi acquisto un magazine specifico per imparare l’uncinetto, mi aspetto una guida con schemi ed illustrazioni che mi assistano nella realizzazione del lavoro. I magazine di un tempo non erano affatto così. Tra uno schema all’uncinetto e l’altro, vi erano scritti veri e propri consigli materni su come vestire i propri figli, incipriarsi, curare i geloni e agghindarsi per il proprio marito prima del suo ritorno. Tutti testi rivolti ad un pubblico femminile nella forma e nei contenuti.



Ogni edizione è lo specchio della società alla quale veniva offerto l’opuscolo e, certamente, rileggere i temi trattati crea sempre un po’ di spaesamento. Gli argomenti d’interesse, chiaramente, non erano certo quelli che siamo abituati a ricercare oggi in rete.

Vi sorprenderà sapere, infatti, che in un’edizione del 1943 del celeberrimo Mani di Fata (all’epoca noto come “mensile per i lavori femminili”), c’è un paragrafo dedicato alla sponsorizzazione di un Tonico Generale e Stimolante della Nutrizione che assicura un’efficienza e una rapidità particolari per stimolare l’appetito e il conseguente aumento di peso.


È un’edizione particolare quella sopracitata, siamo in pieno inverno e in piena guerra. Le preoccupazioni, le necessità, lo stile di vita differiscono in tutto e per tutto da quello che è lo scenario odierno.

Ciò che non è cambiato, però, è il modo in cui si cerca di modificare la figura femminile.

Da sempre in crisi d’identità e in modalità rinnovo, le donne lottano alla ricerca di una dose giornaliera da dedicare alla propria immagine. La stessa che oggi viene venduta su riviste e media di ogni tipo.

Una figura storica della TV che ancora fa fatica ad estinguersi è la valletta.


Quante volte ci ritroviamo davanti a scene di donne svestite affette da mutismo e paralisi facciale il cui unico compito è quello di essere ben acchittate per il piacere del pubblico maschile? Donne di cui si possono ammirare le fattezze ma delle quali non si riesce ad udire altro se non risate sghignazzanti alle battute lacrimevoli dei conduttori.


Striscia la notizia, Avanti un altro, Made in Sud sono solo alcuni degli esempi di trasmissioni che negli anni hanno continuato ad investire in esche per aumentare l’audience.

Le donne che acconsentono allo smercio del proprio corpo per mera vanità sono molto poche. Molto più spesso si sentono denunce verso chi ha il super potere dell’ascesa sociale. A questo proposito è importante citare una recentissima denuncia da parte delle donne giapponesi che, ben lontane dal contesto dei grandi schermi, venivano obbligate ad utilizzare sul posto di lavoro le lenti a contatto anziché gli occhiali perché «rovinerebbero l’ovale del viso, il profilo, e darebbero, a chi li indossa, un’aria fredda, lontana, distaccata, algida». Teoria che strizza l’occhio alla legge sulla “Bellapresenza” secondo la quale le donne dovrebbero indossare tacchi vertiginosi a lavoro. “Leggi” che sembrano appartenere ad epoche lontane ma che in realtà sono legate allo scenario contemporaneo.

È una corsa continua verso un’ideale di bellezza sempre più irreale che varia non solo in base al contesto storico ma anche alla cultura di appartenenza. Di fatti, le curve alle quali probabilmente ambisce una donna spagnola sono accuratamente evitate da una donna cinese.

Suicidi, discriminazioni, disturbi del comportamento alimentare sono solo alcune delle tragiche conseguenze dell’assoggettamento eseguito nei secoli nei confronti della donna.

Per fortuna pero’, le iniziative volte all’abbattimento degli stereotipi femminili sono in costante crescita.

Vanessa Incontrada è stata protagonista della copertina di Vanity Fair lo scorso settembre. “Nessuno mi può giudicare (nemmeno tu)”: questo lo slogan della showgirl italo-spagnola da sempre impegnata nelle manifestazioni contro il body-shaming.


Anche Alessandro Michele, direttore creativo della celeberrima maison di moda Gucci si batte per una normalizzazione della diversità. Lo stilista infatti, da sempre interessato alle bellezze altre, sceglie di nominare Armine Harutyunyan come volto della maison italiana.

La modella 23enne di origini armene, sarebbe comparsa nella classifica delle 100 donne più sexy del mondo in barba agli standard di bellezza attuali.


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