• Martina Patella

Katy Perry sorride a Shein in barba al Covid

Successi internazionali, tredici nominations ai Grammy Awards, cinque MTV Video Music Awards, cinque Billboard Music Award, cinque American Music Awards e un BRIT Award. Forbes, rivista americana sull’economia, l'ha inserita alla prima posizione delle Artiste più pagate al mondo sia nel 2011 che nel 2018, con un patrimonio complessivo stimato al 2018 di oltre 295 milioni di dollari.

Dal 2001, anno del suo esordio, per Katy Perry è stato solo un crescendo di soddisfazioni, successi e affari.

Ed è proprio di affari che si parla in questi ultimi giorni, tra la cantautrice statunitense e il noto marchio di fast fashion Shein.

Prezzi “democratici”, “ridotti”. Questi gli attributi utilizzati per la presentazione dell’e-commerce cinese che come Zaful, AliExpress, Wish, Alibaba si ritrova tra i più gettonati dai buyers.

220 paesi e regioni del mondo sono impegnati per la distribuzione di questi capi d’abbigliamento low-cost. "Tutti possono apprezzare la bellezza della moda" si legge nella sezione about us del sito ufficiale di Shein.

Ma come mai Katy Perry ha scelto di collaborare con questa grande piattaforma di e-commerce?

La cantante, felicemente fidanzata dal 2018 con l’attore Orlando Bloom, attualmente è in dolce attesa della sua prima bambina ma anche del suo album Smile, il cui lancio è previsto per il 28 Agosto.

È proprio ispirata a questo album e “ai raggi del sole, alle margherite sognanti e ai divertenti colori pop” la collezione disegnata dalla popstar internazionale già detentrice di un suo marchio personale di scarpe e borse.

La notizia non passa inosservata, anche perché durante e dopo il lockdown, siamo stati investiti da una marea di video tutorial incentrati sulla creatività e sull’handmade: gli stilisti Dolce e Gabbana hanno dato vita ad un progetto che rendeva protagonisti gli artigiani, gli stessi che da casa hanno girato piccoli video contenenti iniziative e consigli preziosi per dare sfogo alla propria creatività durante la quarantena.



Anche Mariagrazia Chiuri, direttrice creativa della maison Dior, ingaggia Matteo Garrone per girare il cortometraggio che unisce la bellezza della storia dell’arte alla maestria delle sarte che cuciono abiti in miniatura in attesa del lancio ufficiale della A/I 20-21.

Nello scenario del COVID-19 le più importanti case di moda parlano del rallentamento dei ritmi forsennati del fashion system. Famosa, a questo proposito, la lettera di Giorgio Armani al mondo della moda. Ad oggi, non sappiamo per certo se questo rallentamento venga portato avanti nel tempo.

Sappiamo però che, in vista di queste iniziative, incentivare un marchio totalmente privo di un Codice Etico o una Dichiarazione antischiavitù risulta un vero e proprio schiaffo morale ad un sistema che, con le unghie e con i denti, cerca di riaggrapparsi ai sani ideali persi di vista già da tempo.

La piattaforma Good On You, valuta Shein con un punteggio di 0 stelle su 5 per l’attenzione e il rispetto verso gli animali. Inoltre, l’app è stata bandita in India per frode dei dati di alcuni utenti e non vanta, quindi, metodi di pagamento affidabili.

Ciò che fa brillare Shein agli occhi degli acquirenti è il suo aggiornamento continuo delle ultime tendenze. Le proposte dello store online sono in grado di soddisfare la maggior parte della clientela femminile in termini di gusto ma anche di vestibilità (grazie anche alla sezione Shein Curvy). Ma quando si parla di prezzi “democratci” o “ridotti”, in realtà, di quali prezzi stiamo parlando?

Nel 2015 è uscito un docufilm che affronta le tematiche relative agli effetti collaterali della fast fashion e che appunto si intitola “The true cost”.

L'industria della moda è la seconda più inquinante, seconda solo all'industria del petrolio. Quando i grandi marchi di moda incentrano tutto sul profitto, succede che l'impatto sull'ambiente e sui diritti umani e dei lavoratori vengono dimenticati creando disagi oltremisura. Queste aziende concentrano la propria produzione nei Paesi in via di sviluppo per produrre molto e a prezzi irrisori (la paga media di un lavoratore in un industria tessile è di $2 al GIORNO) e dal momento in cui non assumono i lavoratori nè possiedono le fabbriche in cui producono, sono in grado di trarre enormi profitti restando liberi da ogni responsabilità. Quando i lavoratori si ritrovano in piazza a contestare l'irrisorietà del salario, le forze dell'ordine placano le folle con metodi a dir poco ortodossi, coscienti del fatto che, a causa della concorrenza da parte di altri Paesi, la situazione non può e non deve cambiare. Il governo Cambogiano (come molti altri Paesi in via di sviluppo), ha infatti disperatamente bisogno di fare affari con le multinazionali dei rivenditori e mantiene i salari bassi proprio per assicurarsi le commissioni da parte dei grandi marchi ed evitare concorrenze.

Il documentario sopraccitato spinge a vedere oltre al semplice capo di abbigliamento. Riporto a questo punto la frase di una lavoratrice del Bangladesh: " Le persone non hanno idea di quanto sia difficile produrre questi vestiti. Li comprano solo e li mettono. Io credo che quei vestiti vengano prodotti con il nostro sangue. Molti operai tessili muoiono in diversi incidenti (famoso il crollo del Rana Plaza del 2003: nonostante avessero denunciato ai loro datori di lavoro le crepe dell'edificio e quindi l'inaccessibilità del luogo, i lavoratori furono ignorati. Il bilancio fu di 1129 vittime), non voglio che qualcuno indossi qualcosa che è stato prodotto con il nostro sangue".



Il docufilm tocca tantissimi altri temi come le malattie alla pelle (e non solo) causate dai prodotti chimici sparsi a profusione sulle infinite piantagioni di cotone, l'impossibilità da parte delle famiglie di crescere i propri figli e tutto ciò che ne consegue.

Una verità straziante, un film che vale la pena di vedere a più steps, con calma e concentrazione, così da cambiare (almeno in parte) il nostro modo di vedere la produzione Fast Fashion (moda veloce e a basso costo).


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