• Beatrice Loconte

Le maschere come esorcismo sociale

Aggiornato il: 8 mag 2020

In passato la maschera veniva usata a scopo rituale e aveva un significato articolato. In Giappone durante le funzioni gli uomini dovevano indossare una maschera per chiedere a Dio di allontanare le pestilenze o i fantasmi. In Africa durante i funerali, i matrimoni e le cerimonie di iniziazione, chi indossava la maschera entrava in contatto con il mondo degli spiriti. In Italia ogni regione ne ha una tradizionale: alcune sono legate alla routine contadina e al ciclo della vita e delle stagioni, altre, arrivate da usi pagani, sono diventate quelle per la Commedia dell’Arte.



Ogni maschera ha una estetica connessa a un valore simbolico. Sono decorate con le simbologie tradizionali e possono assumere le caratteristiche di animali, demoni, teschi, persone o fantasmi. Oggi patrimonio artistico e culturale hanno perso la loro funzione religiosa e sono poche le tribù che ancora ne conservano la tradizione. Col dilagare del Covid-19 le norme sanitarie consigliano d'indossare specifiche maschere, ormai irreperibili o troppo costose. Per questa ragione si trovano le più bizzarre soluzioni, che non rispettano gli standard sanitari. Chi usa la stoffa rimasta in casa, chi le bottiglie di plastica, chi un reggiseno e chi persino le maschere da sub o le scorze delle arance. Con utilizzi, estetica e scopi differenti, questa moltitudine di soluzioni ricorda quelle utilizzate nelle tribù ancestrali per esorcizzare il male e proteggere da forze negative e mortali.



E con il blocco del Carnevale di Venezia, non ci rimane che assistere a chi, volendo ironizzare, ha organizzato una processione per la peste, in questo caso per il Coronavirus. Gli attori che partecipavano, invece delle maschere sanitarie, indossavano quelle tradizionali dei medici della peste, come a volersi proteggere da un male che continua a dileguarsi.


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Beatrice Loconte, Wiredoll

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