• Arianna Cerbone

Rallentare. Il Coronavirus e il falso mito del progresso.

Aggiornato il: 21 set 2020



In questo momento lucidità e ragione sarebbero indispensabili. E invece vengono meno: la bulimia mediatica, alimentata dall’incertezza, annebbia il pensiero. Sarebbe il momento di rallentare, dopo la corsa insensata che ci ha guidato a questo punto di stallo, il presenzialismo che ha caratterizzato le nostre vite reali e virtuali, la fluidità di movimento nell’epoca dei voli superveloci a basso costo che ci ha fatto diventare ubiqui e assenti a noi stessi. Rallentare sarebbe stato prima o poi necessario, ma ora è ineluttabile. Il cosmo ci presenta il conto della nostra fretta con una pandemia che mette in stand by la vita, tra rinvii e procrastinazioni. A entrare in discussione è la concezione della vita nel suo complesso: usa e getta non è stata per noi solo la plastica ma tutto ciò che è entrato nelle nostre esistenze. La velocità ha preso il sopravvento sui contenuti, la quantità sulla qualità. Abbiamo cominciato a credere che il successo si dovesse misurare esclusivamente in termini di consumo e gradimento di pubblico, di soggetti raggiunti.


L’avvento del coronavirus è la crisi di un modello, che si è dimostrato fallimentare e negativo per l’uomo. Speriamo di aver imparato la lezione e di ripartire sulle macerie di questo trauma collettivo orientati verso soluzioni più sostenibili.

Non è forse un caso se mentre l'economia collassa, l'inquinamento scende ai minimi storici, se mentre certe ideologie e politiche discriminatorie si riattivano in tutto il mondo, un virus azzera le differenze tra gli esseri umani. Che, per la legge del contrappasso, di questo arresto della società saranno di più i privilegiati a risentirne? Coi loro guadagni su scala mondiale frazionati, la loro vita mondana azzerata, i loro lussi resi ormai impraticabili dalla contingenza.


I semplici, la gente comune, impiegati e statali, nelle loro esistenze contenute si ridimensioneranno certo, ma quanto per loro cambierà la vita dopo il Coronavirus? La grande bugia del progresso, di cui Pasolini profetizzava cinquanta anni fa negli Scritti Corsari, ha generato discriminazioni e diffuso disuguaglianza, ha consumato ed esaurito risorse e valori millenari. Ma l'idea che “l'umana gente” sia attesa da “magnifiche sorti e progressive” era poco convincente già per Leopardi, più di un secolo prima, quando alle pendici del Vesuvio scriveva La ginestra, per scagliarsi contro il suo secolo “superbo e sciocco”. Dove sarebbe questo progresso, si chiedeva, se bastano i moti del Vulcano per “annichilare” giardini e i palazzi costruiti ai suoi piedi?



Il COVID-19 ci sta insegnando che abbiamo vissuto per il superfluo, adesso è evidente quanto siano inutili quei venti paia di jeans accumulati nell’armadio, che l’ultimo i-phone non è poi tanto diverso dal penultimo o da quello che sta per uscire, che non andare ad una inaugurazione o a un vernissage, a una festa o ad un evento non cambierà le nostre vite.


Se vogliamo sopravvivere come specie è necessario cambiare logica, iniziare a produrre in termini di qualità e non di quantità, lasciare alle spalle l’idea che la misura del risultato è direttamente proporzionale al numero di like, cuoricini, retweet e follower. Riportare alla centralità l’uomo, con una ispirazione rinascimentale, un uomo in armonia coi tempi della natura poiché, come sostiene Karl Kraus  il “progresso scambia scopi e mezzi: velocità e accelerazione sono fini a se stessi e non producono valori aggiunti”.


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